È la domanda sottile che sta a margine di tutte le pagine di questo libro. Han Kang miscela sapientemente crudeltà e poesia, e per quanto forti siano le immagini che descrive non riusciamo a voltarci dall’altra parte, perché la parola vince sullo strazio, la parola è verità e ci fa sentire meno soli, così ci aggrappiamo a quelle lettere nere d’inchiostro sperando che ci portino fuori dall’incubo.
Il libro ripercorre, con diversi punti di vista, i giorni precedenti e gli anni successivi al massacro di Gwangju, in Corea del Sud, avvenuto il 18 maggio 1980, a opera dell’esercito sud coreano che dopo un colpo di stato aveva rovesciato il governo e dichiarato la legge marziale. La dittatura di Chun Doo-hwan fu aspramente contestata da studenti e professori, ma anche da operai e cittadini, e le rivolte furono represse nel sangue. Tra le 1000 e le 2000 persone vennero brutalmente assassinate durante gli scontri, altri morirono in seguito alle torture, alcuni feriti furono rastrellati negli ospedali e giustiziati.
L’autrice aveva solo 9 anni quando scoppiò la rivolta di Gwangju, ma la storia ci appartiene anche quando sembra sfiorarci appena, e la curiosità di una bambina di 9 anni che ascolta i discorsi dei grandi ci ha permesso oggi di leggere questo piccolo capolavoro, che ci fa entrare in una vicenda sconosciuta all’occidente, ma che ci accomuna – soprattutto oggi – come tutti i dolori e le ingiustizie del mondo.
Han Kang parte dai corpi. Sono i corpi che vengono disposti in ordine nella palestra e lavati per il riconoscimento. Racconta Dong-ho, un giovane studente delle medie che è lì per cercare il cadavere del suo migliore amico, e scopre quanto grande sia il massacro, e quanto poco senso abbia la Taegukgi (la bandiera nazionale) stesa su ogni singola bara, e l’assurdità dell’inno nazionale, ripetuto per ogni piccolo momento di commemorazione, che crea una cacofonia inudibile e che forse dichiara proprio la sua inadeguatezza, uomini e donne uccisi dallo stato e che con la bandiera e con l’inno di quello stato vengono commemorati:
«L’inno nazionale riecheggiava ciclicamente come un ritornello, un verso si sovraponeva a un altro sul sottofondo costante dei lamenti, e tu ascoltasti con il fiato sospeso la sottile dissonanza che ne derivava. Come se questo, infine, potesse aiutarti a comprendere che cos’era veramente la nazione».
Non è un refuso e non è un errore. Il primo capitolo è tutto narrato in seconda persona singolare. Il ‘tu’ del lettore si fonde così con il giovane Dong-ho, ma si ferma un attimo prima di conoscere il suo (il tuo) destino, perché ci sono altri corpi e altre voci che racconteranno la sua storia. L’amico, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo, la scrittrice. Tempi diversi e voci diverse, per raccontare, come un grande mosaico, un orrore che non si può dire.
Il capitolo più bello, per me, più intenso e più significativo è stato quello della redattrice. Non solo perché tentare di raccontare le cose è il mio mestiere, ma anche perché la costruzione frammentata ma anche metodica dei micro-capitoli al suo interno ha funzionato su di me come un detonatore. Infine la funzione della rappresentazione, il silenzio che riesce a sfondare la barriera delle parole che non si possono dire, è il motivo per cui lavoro in teatro. Dove le parole si fermano l’immagine, silente, ma accompagnata dalla verità del ‘qui e ora’, è più forte di qualsiasi censura.
La scena che si svolge in teatro è una delle più vere, nella sua finzione, che io abbia mai letto, e per questo resterà con me per molto tempo, non voglio svelare, ma solo lasciare cosa il silenzio/presenza dello spettacolo ha creato nel personaggio descritto dall’autrice:
«Lacrime cocenti scorrono dagli occhi aperti di Eun-sook, ma lei non le asciuga. Fissa intensamente la faccia del bambino, il movimento delle sue labbra ridotte a silenzio.»
L’ho detto prima ci sono i corpi, i corpi sono così importanti perché sono umani. Perché è ciò che ci unisce. Avere un corpo, dei bisogni, delle pulsioni, il dolore, i sensi. E così i corpi sono smembrati, bruciati, torturati, nei racconti crudi e spietati de L’amico e de Il prigioniero, ma anche L’operaia, a ricordarci sempre che ci sono ferite impossibili da rimarginare e che il corpo femminile, tempio della vita per legge di natura, ne subisce le più atroci conseguenze.
La costruzione delle immagini, la ricostruzione del massacro, i fili che uniscono tutti i personaggi sono legati magistralmente dalla scrittura di Han Kang, con impressionante lucidità. Non c’è patetismo, non c’è voglia di mostrare nulla che non sia vero. La realtà delle cose è sotto i nostri occhi e scava in ogni parola di questo libro.
Io non so quanti lo leggeranno, quanti lo capiranno davvero, ma dentro questo libro c’è tutto il nostro essere umani, dal sentimento di empatia più profondo al più grande disprezzo della vita, tutto sullo stesso piatto, tutto mischiato assieme, tutto bruciato dallo stesso fuoco.
E così, come la redattrice Eun-sook continua a telefonare implorando di chiudere l’acqua della fontana, perché non può continuare a scorrere dopo tutto quello che è successo a Gwangju, davanti a quella stessa acqua, così noi dovremmo fare nostre le parole del prigioniero, uno dei tanti incarcerati durante le manifestazioni, quando si interroga sul perché lui abbia partecipato al corteo, nonostante sapesse che non avrebbero mai vinto contro l’esercito, allora lui con profonda lucidità ci risveglia dal nostro torpore e dice, proprio a noi:
«La coscienza. Sì, la coscienza, la cosa più terrificante al mondo. Il giorno in cui, fianco a fianco con centinaia di migliaia di civili, guardai fisso le canne dei fucili dei soldati, il giorno in cui i corpi di quei primi due uomini massacrati vennero caricati su un carretto a mano e spinti alla testa del corteo, rimasi sbigottito scoprendo dentro di me quell’assenza: l’assenza di paura. Ricordo che ero disposto anche a dare l amia vita; sentii il sangue di centomila cuori scorrere impetuoso in un’unica immensa arteria, fresco e pulito… la sublime enormità di un singolo cuore, che pompava sangue in quell’arteria e nelle mie vene. Osai sentirmi parte di esso.»
Non dimentichiamo di essere umani. Non dimentichiamo di far scorrere tutto il sangue del mondo nelle nostre vene e di schierare il nostro cuore dalla parte della giustizia.