Colei che resta / Ostjanica

Ci sono libri che ti restano appiccicati addosso, per quanto provi a non pensarci, a scuoterti, a toglierti quelle parole dagli occhi, loro restano lì.  «Colei che resta» di René Karabash edito da Bottega Errante Edizioni e tradotto dalla bravissima Giorgia Spadoni è uno di questi. E non è un gioco di parole con il suo titolo, questo è davvero un libro che resta sottopelle, e non se ne va più.

Il ritmo è intenso, le frasi sono corte e pungono come mille api impazzite, d’altronde è la scrittura scenica che caratterizza la produzione di René Karabash, attrice, sceneggiatrice, regista teatrale e scrittrice; ed è quella crudità che ha la polvere del palcoscenico, delle parole urlate al buio, quella forza dell’evento che si consuma dal vivo, davanti allo spettatore. Così noi ci sentiamo travolti dalle parole di René, travolti da quella profezia che ripete come se fosse una nenia, una filastrocca:

già nel ventre di mia madre
sentivo diverse cose
iksam sin, voglio un figlio
nascendo ho capito
che sin indicava un colore
perché mamma una volta mi ha detto
cara la mia bambina
i tuoi occhi sono sin
come il cielo e il cielo era blu
quindi sin è un colore

Bekià è una giovane ragazza che vive nell’Albania del Nord, dove vige la legge del Kanun, un codice antichissimo di diritto consuetudinario albanese, di quelle leggi che si è sempre fatto così, questa è la tradizione, questa è la forza e così si va avanti.

Ma Bekià si innamora, si innamora di una ragazza bulgara, e l’amore non conosce leggi, non conosce tradizioni, per questo il silenzio è l’unica affilata arma che la ragazza ha, mentire, non dire, evitare e continuare la vita di sempre. Finché l’ordine delle cose non irrompe, distruggendo la finta quiete: la sua famiglia la concede in matrimonio ad un giovane del villaggio. Bekià non ci sta, e prima di contrarre il matrimonio si appella al Kanun e si proclama ‘vergine giurata‘. Questa figura rimpiazza la figura maschile della famiglia, nel caso di Bekià suo padre, che dev’essere ucciso da un familiare della famiglia offesa, cioè quella del promesso sposo rifiutato.

Bekià diventa Matija, diventa legalmente un uomo. Non può più indossare abiti femminili, né sposarsi, né avere figli. Bekià muore socialmente, e Matija nasce, dall’onore macchiato e dal sacrificio di suo padre.

il corpo di mio padre si solleva e si abbassa come una tosse, lo mettono ai miei piedi e quello non si muove più, adesso devo fare tutte le domande, secondo il Kanun, devo chiedere ai portatori quello che devo chiedere, apro la mia bocca, dalla quale esce soltanto l’aria calda, l’aria calda nel freddo davanti alla faccia dei portatori, l’aria calda non abita più davanti al viso di mio padre, forza, Matja, mormorano ai propri baveri i portatori, non mi guardano negli occhi, non vogliono vedere la morte del padre negli occhi di sua figlia

Il resto degli eventi sono un vortice che scorre sempre più a fondo nelle valli di quest’Albania rurale e sconosciuta, ritroviamo lettere disperse e colpi di scena, seguiamo la vita di Bekià/Matija tra sensi di colpa e desiderio di futuro.

Un libro che dovrebbe essere letto e fatto leggere, una scrittura graffiante che con una forza incredibile ci porta nella distruzione di un’identità, di una famiglia, di un mondo.

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