La prima volta che incontrai Marko fu nel mio ufficio. La mia scrivania era enorme e ricoperta di carte. Non c’era nessuno a parte me e lui, era arrivato puntuale ad un appuntamento, mentre tutto il resto del mondo era clamorosamente in ritardo.
Mi sembrava impacciato e sorpreso di trovare solo me, un volto nuovo, una faccia non identificata, sommersa da un cumulo di scartoffie e con gli occhi terrorizzati.
Ci scambiammo un sorriso timido. Il sorriso arrivò prima da parte sua e scaldò il gelo di entrambi. Il suo di essere nel luogo sbagliato al momento sbagliato, il mio di non sapere dare un nome al volto e soprattutto di non sapere, sensazione che in quegli anni non mi abbandonava mai.
Ho un appuntamento, mi disse. Con il direttore, aggiunse, schiarendosi la gola.
La mia paresi facciale urlava a gran voce «Non ne sapevo niente, tanto per cambiare».
Posso aspettare fuori, mi dice. Vorrei dirgli di no, che non occorre ma ci interrompe il rumore dell’ascensore, la mia collega rientra dalla pausa pranzo e trovandoselo davanti sulla porta lo saluta con familiarità. «Ciao Marko! Il direttore sarà qui a momenti, accomodati pure»
Marko. Marko Sosič. Sì, l’appuntamento delle 15. Era quello che avevo sentito di sfuggita, ora riuscivo a ricordare, mentre tornavo a nascondermi sotto la montagna di carta.
Il secondo incontro è stato nell’ascensore del teatro, poco tempo dopo. Mi salutò come se ci conoscessimo da anni. Sorriso impacciato contro sorriso impacciato. Poi, mentre l’ascensore iniziava a muoversi mi disse: «Ma tu cosa ci fai qua?»
Dentro di me risi molto. Non lo sapevo più neanche io. Ma la sua domanda era chiaramente meno personale e più pragmatica.
Dopo aver elencato più o meno una parte delle mie mansioni, mi uscì di getto una frase.
Scrivo.
Scrivi?
Scrivo testi teatrali. Cioè, vorrei fare solo quello nella vita.
E perché non lo fai?
Semplice e diretto, come solo Marko sapeva essere.
Sorride. Sorrido. Ha toccato un nervo scoperto, l’ha capito. L’ho capito.
Fammi leggere qualcosa di tuo.
Di nuovo il suono dell’ascensore. Marko scivola via e io resto imbambolata.
Passano giorni, mesi in cui cerco il coraggio.
La terza volta è stato tutto più facile. Finalmente qualcuno fa le presentazioni ufficiali.
Marko, Gioia. Gioia, Marko. Vi siete già visti, no?
Bene, Marko, Gioia sarà la tua assistente durante l’allestimento.
Marko scherza: un’assistente, davvero? Bene!
Poi guarda me, un’assistente che scrive anche, ancora meglio.
Nessuno dei presenti capisce e il capannello di convenevoli si scioglie in fretta, restiamo solo io e lui.
Adesso mi farai leggere qualcosa, no?
Tre mesi. Telefonate, mail, messaggi, bozze di copioni, e poi le prove.
Un mese e mezzo intenso, mille problemi, lacrime, le mie, imprecazioni, le sue.
Entrambi ci rendiamo conto di essere abbandonati su una nave in mezzo ad un mare in tempesta.
Marko mi insegna a leggere oltre le righe, a vedere quello che non c’è ma che ci sarà presto, sulla scena. Mi insegna ad incazzarmi, a combattere, a reagire.
Mi fa sentire meno sola, mi riempie di responsabilità e mi dice «So che puoi farlo».
Ha la forza di una mandria impazzita e la delicatezza di una piuma al vento quando, dopo l’ennesimo problema tecnico, lancia gli occhiali tirando giù una bestemmia, poi si gira verso di me, «Scusami, scusami, scusami»
Flash. Siamo seduti sulle scale che portano alla sala prove del Teatro Miela, siamo lì, ospiti, perché la sala dove dovevamo provare non è ancora disponibile.
Siamo senza attrezzeria, senza scenografia, e senza l’attore protagonista.
Dopo 3 ore estenuanti di prove inutili Marko chiama una pausa. Io mi accascio sulle scale, il copione stretto in mano e una matita fra i capelli.
Lo sento che si avvicina e che si siede vicino a me.
Così inizio a piangere.
Sono stanca. Tutto ci rema contro. Non vedo la fine di questa cosa, glielo dico, mi sembra impossibile che si riesca ad andare in scena fra meno di due settimane.
Ce la faremo. In qualche modo ce la faremo.
Rientriamo in sala, io con gli occhi rossi, lui preoccupato e nervoso. Le prove ricominciano, tutto per un attimo si scioglie. Quella sera andando via mi dice: «Sto ancora aspettando che mi mandi qualcosa di tuo da leggere».
Mentre torno a casa sorrido.
La sera mi metto a scrivere, lo faccio per Marko, perché me l’ha chiesto, perché sento che in qualche modo sta dalla mia parte, perché crede in quello che voglio fare.
Lo spettacolo debutta, non senza difficoltà. Tutti sembrano soddisfatti.
Trovo finalmente il coraggio di mandare i miei testi a Marko, lui ne discute con me, mi dà consigli, suggerimenti, mi sprona a continuare a scrivere.
Affrontiamo altri due lavori assieme, questa volta però lui non è il regista, ma il drammaturgo. Lo vedo in una veste nuova, capisco che un mestiere non esclude l’altro, soprattutto se si ha qualcosa da dire, capisco che Marko ha tante cose da dire, e ha una poetica, un segno distintivo, un fuoco che lo porta a fare ciò che fa, esattamente nel modo in cui lo fa.
Dicono che sia la voce di un autore, e io quella voce l’ho sentita di nuovo.
È stato più o meno due settimane fa, per la prima del suo spettacolo «Meja Sneženja/Quota neve», che ha debuttato al Teatro Stabile Sloveno di Trieste il 21 gennaio.
Era la voce di Marko nelle parole di Primož.
Era la voce di Marko nelle scene così consumate, surreali e al tempo stesso concrete.
Era la voce di Marko in quelle luci un po’ offuscate, in quella musica lineare ma non banale.
Quando l’ho sentita è stato come se fosse lì.
Sulla poltrona vicino alla mia, a borbottare quando una battuta non era venuta esattamente come lui l’aveva immaginata, o quando un effetto partiva troppo presto o troppo tardi.
Quando mi diceva ‘segna, segna’ sul copione e poi ci ripensava mille volte, e cambiava idea altre mille.
E quando il teatro si è sciolto nell’applauso finale, ho sentito un grande senso di riconoscenza e subito dopo un grande vuoto.
Non sono riuscita a trattenere le lacrime, come quel pomeriggio sulle scale del teatro.
Poi mi sono ricordata l’ultima volta che ci siamo visti, dopo la generale di uno spettacolo, prima della pandemia. Siamo andati fuori a cena con amici e colleghi, parliamo di teatro, dei prossimi progetti, mi piacerebbe tornare a lavorare con lui, glielo dico, sorride, però non come assistente, dice lui, ridiamo, ce l’hai fatta, mi dice.
Ce l’ho fatta, Marko, sì.
E se faccio il lavoro che amo, è anche merito tuo.
