Oggi voglio raccontarvi la storia di un uomo. È una storia di imprese e caparbietà, di cambiamento e resilienza. Di vette e di rivincite.
Il suo nome è Zsolt Erőss. La prima parte della sua storia è già scritta nel suo nome: Zsolt è un nome proprio in uso nei paesi di Ungheria e Romania, ed è un’arcaica riduzione del turco Zoltan / Soltan, sultano. Ed è proprio un re, un re delle montagne, quello che nasce a Miercurea Ciuc, in Transilvania, il 7 marzo del 1968. La regione dove nasce Erőss era già parte del Regno d’Ungheria, passato poi alla Romania. Nel 1988 con la madre e il fratello si trasferiscono in Ungheria, dove nel 1992 Zsolt diventa ufficialmente cittadino ungherese.
La passione per la montagna cresce già nell’adolescenza, quando scopre l’arrampicata, e quando decide, nel 1989 di farne una professione. Diventa infatti operaio specializzato nei lavori in quota in corda, la nostra edilizia acrobatica. La sua prima spedizione ufficiale è del 1990 sull’Elbrus, la cima più alta del Caucaso. Seguono Pamir, Aconcagua e Kilimangiaro.
Nel 1999, a soli 31 anni, scala il suo primo Ottomila. Lo fa in solitaria e aprendo una via nuova: lo sperone Mummery sul Nanga Parbat (8126m). Il suo nome tuttavia non figura tra le spedizioni ufficiali poiché il governo pakistano non aveva autorizzato la scalata. Dunque, per il mondo dell’alpinismo, questa cosa non è mai accaduta.
Dopo 2 tentativi sull’Everest (nel ’96 e nel 2001) nel 2002 diventa il primo cittadino ungherese (dopo il cecoslovacco di origine ungherese Zoltan Demjan nel 1984) a salire sul tetto del mondo. Seguono altri 6 Ottomila in 6 anni: Gasherbrum II (8035m), Dhaulagiri (8167m), Hidden Peak (8068m), Broad Peak (8047m), Makalu (8481m), Manaslu (8156m).
La seconda parte della sua storia, la sua seconda vita, comincia qui. Nel 2010, mentre si allena per il successivo Ottomila, finisce sotto una valanga nella catena montuosa del Tatra (al confine tra Polonia e Slovacchia). Questo gli costa l’amputazione al ginocchio della gamba destra. Carriera finita, penserete, e invece no. Sembra impossibile eppure Zsolt Erőss non si arrende. Nell’autunno del 2020 prova e fallisce il Cho Oyu (8188m), ma per avverse condizioni meteo. Nel maggio del 2011 parte per una nuova spedizione e raggiunge la cima del Lhotse (8516m) e nel 2013 è la volta del Kangchenjunga (8586m). Purtroppo la discesa gli sarà fatale. Muore disperso il 21 maggio del 2013.
Zsolt Erőss lascia una moglie, Hilda Sterczer, e due figli: Gerda e Csoma. Una fondazione benefica Hópárduc Alapítványnál, che si occupa di cultura della montagna applicata ai disturbi dell’infanzia e dell’età dello sviluppo, curata e gestita dalla stessa Hilda.
Il suo monito è chiaro e semplice: il cambiamento è la vita stessa.
Cambiare, soprattutto dopo un incidente come quello di Zsolt, non vuol dire smettere di fare ciò che ami. C’è sempre un’altra via. E se ancora nessuno l’ha trovata, sii tu il primo.
