Ci sono degli uomini che camminano nella neve.
La foto è in bianco e nero, è stata scattata nel 1934 in Pakistan e quella che ho in mano è una diapositiva alla gelatina bromuro d’argento su vetro.
È originale, negativo su negativo, che genera un’immagine positiva delle stesse dimensioni di quella scattata.
Il fatto che sia nelle mie mani ora è forse il dato più interessante.
Non è senza un po’ d’emozione che mi ritrovo in una stanza con una cassetta di legno e circa un centinaio di diapositive originali della spedizione sul Nanga Parbat del 1934.
Seguo la numerazione e sollevo le piccole lastre cercando la complicità di un fascio di luce per vederne meglio i dettagli.
Negli archivi della SAG (Società alpina delle Giulie) di Trieste, a poche centinaia di metri di casa mia, c’è un piccolo tesoro che mi fa battere il cuore.
Abbiamo un permesso speciale per visionare le diapositive, grazie all’infaticabile Giuliana Tonut e alla disponibilità del signor Duda, la memoria storica dell’archivio. Mi rendo conto che quando stringo la cassetta di legno fra le mani ho gli occhi che brillano, sono impaziente di vederle, ci appoggiamo sul grande tavolo della sale e la meraviglia ha inizio.
Le didascalie, accuratamente copiate su un foglio, sono laconiche:
Portatori
Campo III
Discesa dai campi superiori
Fiume Indo
Nanga Parbat
La grafia sul foglio è di Renato Timeus (1888-1981), alpino e fratello del più famoso Ruggero, uno dei ragazzi della Prima Guerra di cui racconto sempre nelle mie lezioni. L’emozione è doppia: che sia proprio Renato a condurmi in questa scoperta.
Ma questa è un altra storia, che vi racconterò, torniamo alle diapositive.
Le immagini impresse su queste lastre di vetro sono della spedizione di Willy Merkl, Uli Wieland e Willo Welzenbach. Con loro Albert Drexel, morto in realtà i primi giorni della spedizione, di cui si vede il trasporto funebre e la tomba. E gli unici sopravvissuti: lo sherpa Ang Tsering, i tirolesi Peter Aschenbrenner (Himalaya Peter) e Erwin Schneider.
La ‘strage’ del 1934 fu per anni descritta come la tragedia con l’agonia più lunga, senza eguali nel mondo dell’alpinismo: per dieci giorni il gruppo, guidato da Willy Merkl, restò bloccato in una tormenta di neve che non lasciò superstiti.
La spedizione, finanziata dal governo nazista, mandò a morire alcuni dei giovani alpinisti più promettenti della loro epoca, della Germania, del mondo.
C’è chi dice che fu colpa del capospedizione, del maltempo, dell’inadeguatezza tecnica della spedizione.
Non voglio addentrarmi nelle polemiche, guardo i sorrisi di questi ragazzi, la loro gioia di trovarsi nel pieno di un’avventura, la loro energia e la voglia di affrontare i propri limiti.
Nelle foto non mi ritrovo con le indicazioni, con le topografie, ci sono solo quote e a parte il Silbersattel ci metto un po’ a localizzare la loro posizione.
Poi capisco.
I profili del Nanga, per come li conosciamo oggi, hanno preso i loro nomi.
La parete Wieland.
Il pendio Welzenbach.
Il canalone Merkl.
Guardo ancora quelle foto, Wieland gioca con dei lupetti arrivati chissà come al campo Base, Merkl trasmette comunicazioni radio, Welzenbach sorride soddisfatto nella foto di gruppo.
L’ultima diapositiva mi commuove: lo sherpa Ang Tsering (The tiger of the snow) viene sorretto da un suo connazionale e da Peter Aschenbrenner. Ang sarà l’unico sherpa sopravvissuto al disastro della spedizione, dopo 9 giorni in mezzo alla tormenta di neve, sentirà le voci di Merkl e di Sherpa Gaylay farsi sempre più flebili, troverà la forza di scendere, nonostante tutto, i suoi occhi spaventati e stanchi, le sue mani quasi congelate, e quell’espressione di chi ha tentato, ha fallito, ha visto morire tutti i suoi compagni di spedizione, nell’incredulità di essere sopravvissuto.
