Confini geografici, valigie da disfare e cuori sommersi

 «Anime baltiche»

Jan Brokken 

Iperborea (2014)

 

 

È come quando torni da un viaggio.

Le valigie, ancora da disfare, ti guardano davanti alla porta. 

Sospese, incredule, indecise se ripartire o lasciarsi sistemare negli armadi e nella lavatrice.

Da qualche giorno ho chiuso il libro di Jan Brokken, e ancora non mi decido a disfare la valigie.

Sarà l’impossibilità di partire in questo particolare periodo storico, sarà che non sono mai stata a Riga, Vilnius o Tallin, sarà che l’est – ancora una volta – scatena su di me tutto il suo fascino. 

Sarà questo, o forse no, ma queste 460 pagine proprio non vogliono lasciarsi disfare.

 

Non è un filo quello che lega le repubbliche baltiche, ma una catena umana di persone, voci, volti e storie.

Jan Brokken è il nostro chaperon, in queste terre complicate, e la sua guida è priva di retorica. Ogni storia ha un suo capitolo dedicato, così, uno dopo l’altro, mano nella mano, incontriamo intellettuali espatriati, baroni decaduri, martiri dell’indipendenza e ebrei deportati. Artisti, ma anche librai, nobili, bambini, semplicemente esseri umani. 

 

Attraversiamo le strade di Riga con la famiglia Roze (una storia che meriterebbe un libro a parte, come molte altre), l’eredità di una libreria e i ricordi di una deportazione forzata; ci lasciamo abbagliare dagli edifici costruiti da Michail Osipovič Ėjzenštejn, padre del più famoso Sergej, che per tutta la vita cercò di emanciparsi dall’eredità paterna, come Gidon Kremer, il cui violino risuona anche in alcune delle più belle partiture di Arvo Pärt. E sempre di padri e di figli, di mancanze e di famiglia si parla nella vita di Roman Kacev, più noto come Romain Gary, nato a Vilnius – famoso scrittore, ambasciatore, dal passato nebbioso e romanzato, autore di bestseller e naturalizzato poi francese. Sono tanti questi baltici esiliati, chi per condizione religiosa – la maggior parte ebrei, perseguitati dai nazisti come ancor prima dai russi – ma anche artisti alla ricerca di un futuro migliore. E così scorrono le vite di Hanna Arendt, nata nella prussiana Königsberg che ora non esiste più, di Chaim Lipschitz e di Markus Rothkowitz (alias Mark Rothko), di Arvo Pärt, colonna sonora imprescindibile di questo viaggio.

Passiamo dai Baroni Baltici della Curlandia, da von Keyserling a Biron, da Wolff-Stomersee a Edith von Grotthuss, alle storie personali di Anne-Liselotte von Wrangell per finire con la tragica icona di Loreta Asanaviciuté, martire dell’indipendenza lituana.

 

Per tutto il viaggio mi accompagna una musica malinconica, note lunghe e cantate, forti sbalzi di ottava e profondi silenzi.

Provo ad immaginare il paesaggio tutto intorno, come se le note riuscissero a disegnarne i contorni. I boschi, il freddo, l’acqua, la neve, la notte infinita. 

Penso ai confini, a quelli geografici e a quelli che abbiamo nel cuore, e capisco che non sempre sono la stessa cosa. Penso al pericolo dei nazionalismi, all’enorme occasione sprecata del secolo breve, che non ci ha insegnato a vivere sotto lo stesso cielo senza farci la guerra. 

 

 

Le valigie sono vuote, le ripongo con calma, ci vorrà ancora molto prima di poter tornare a viaggiare di nuovo.

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