Noi, mangiatori di storie.

Pochi sanno come funziona realmente il nostro lavoro di drammaturghi. Ma potrei dire scrittori, sceneggiatori, autori in un senso più vasto del termine.

Tra la brillante idea che scintilla in mente sul prossimo testo e i lunghi (si spera) applausi che lo consacreranno alla scena, c’è un vastissimo periodo che io chiamo poco romanticamente: studio o incubazione.


Lo studio è metodico, lungo, noioso, con pochi momenti di esaltazione, brevi, spesso inopportuni, soprattutto per chi divide la vita con uno o più altri esseri umani. 

Le nostre famiglie, durante ‘l’incubazione’, vorrebbero non averci mai conosciuti.

Lo studio è una sorta di lunghissimo tunnel in cui ci si trasforma e si diventa degli strani tuttologi maniaci e monotematici.


Per intenderci, nell’anno di studio/incubazione del mio «I guardiani del Nanga», io, ragazza di pianura, ho collezionato una pila di libri che svettavano traballanti sul mio comodino: un Everest che ha raggiunto quota di 35 volumi.

35 libri sulla montagna.

Alcuni tecnici, altri biografici, molti articoli di giornale e poi interviste, frammenti di diari, memorie.

Contatti, messaggi, telefonate: domande in inglese, spagnolo, voci che diventavano familiari, volti che imparavo a conoscere. 

Persone meravigliose, spesso conosciute di persona, donne straordinarie e coraggiose che hanno perso i loro compagni in vetta al mondo.

È stato un cammino faticoso. Ho pensato più volte di non farcela, di non riuscire a trovare le parole giuste. 

Ho avuto paura di ferire qualcuno, di essere indelicata, di non aver capito, e di non riuscire a far capire. 

Un giorno ho camminato per quattro ore nella neve, senza pensare ad altro, piangendo.

Le lacrime scendevano calde e mi si attaccavano alla pelle, diventavano subito fredde, un leggero strato di ghiaccio.

Leggendo, camminando, parlando e cancellando, per quasi un anno. 

Un universo si è schiuso davanti ai miei occhi e mi ha permesso di calarmi in quel gelo eterno e scrivere uno dei testi a cui sono più legata.


Funzioniamo così, chi più chi meno.

Studiamo, leggiamo, guardiamo il soffitto, mangiamo storie, camminiamo avanti e indietro e ad un tratto arriva.

La prima parola, come una benedizione, si porta dietro tutte le altre, riconosciamo l’idea e tiriamo un sospiro di sollievo.


Il grosso del lavoro è fatto…

Ora c’è solo da scrivere.





(La foto, bellissima, scattata sul Nanga Parbat è del fotografo Simone Campedelli)


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