Mito e verità nell’uovo di Baba Jaga

Baba Jaga ha fatto l’uovo

di Dubravka Ugrešić

traduzione di Milena Djoković

Nottetempo Edizioni


«Teoria della longevità! Stronzate! 

Allungare la vecchiaia! 

Pensate ad allungare la giovinezza piuttosto!» 

Pupa


Cos’hanno in comune una scrittrice e la sua vecchia madre, tre anziane signore che decidono di fare una vacanza in un centro benessere e una studiosa di folklore slavo?

Apparentemente nulla, se non il loro essere donne.

«Baba Jaga ha fatto l’uovo», della scrittrice croata Dubravka Ugrešić, è un libro potente, come una formula magica, su più livelli, come un’impresa epica, e dai mille significati reconditi, come una fiaba.


ALBUME – parte prima

La finzione nella realtà.

Il primo macro capitolo del romanzo è lo strato mediano di questo grande uovo. 

La scrittrice e sua madre, immerse in una routine di pensieri che si perdono dentro una mente che sta svanendo, di frasi ripetute insistentemente, di capricci della vecchiaia che chiunque abbia avuto a che fare con una persona anziana conosce bene. La Scrittrice asseconda il desiderio della Madre, cresciuta in Bulgaria, di visitare per suo conto il paese d’origine: Varna.

In questo passaggio si autodefinisce un bedel, una sorta di testimone, gli occhi della figlia saranno gli occhi della madre.

Il viaggio non ha successo, almeno non quello che la figlia avrebbe sperato. Tutto è cambiato, tutto è grigio, le foto che scatta sono prive di uno scopo, e in più tutto è funestato dalla presenza di una giovane bulgara (Aba) che è stata ospite per qualche mese di sua madre e che si offre di farle da guida. Aba è una studiosa di folklore e una sua grande fan, con cui vive in una specie di rapporto parassitario simbiotico difficile da gestire, al punto tale da far decidere l’Autrice di anticipare la partenza e il rientro a casa.

Vai nel luogo che non so e porta quello che non ho. Il verso più famoso di una fiaba russa – ripresa anche da Tolstoj nei suoi racconti – non fa altro che sottolineare il fallimento dell’Autrice.

Quando torna l’indifferenza della Madre a quel suo gesto, a quel suo farsi bedel, è forse la punizione più alta. Ma in qualche modo è in linea con quella vecchiaia così ben descritta e articolata. Nulla ha più senso, e la Madre aspetta la fine dei suoi giorni come fosse nella «sala d’aspetto di un ambulatorio, asettica e spoglia».


TUORLO – parte seconda

La finzione nella finzione

Nella seconda parte si sviluppa la storia di tre anziane signore che soggiornano per una vacanza in un Grand Hotel, con annesso centro benessere, in una località termale della Repubblica Ceca. Perché come dice uno degli ospiti, Arnoš Kozeny, «l’albergo è un luogo dove passano effimeri i rumori della vita umana», e per questo è il posto perfetto per ospitare una grande fiaba avventurosa, in più il bagno, il centro termale, è da sempre inteso come crocevia di salute fisica e benessere mentale. 

In questo capitolo corpo e spirito si scindono, si fondono e infine si perdonano.

Intorno alla vita della tre ‘babe’: Pupa, Kukla e Beba, ruotano personaggi improbabili, soldi, colpi di scena e storie parallele incastrate magistralmente – senza perdere ironia e concretezza – dall’autrice. Una di loro, per amore di suspence non dirò chi, lascerà la sua vita terrena e l’hotel in un modo geniale e rocambolesco e le «tre» torneranno a casa con una nuova consapevolezza e un inaspettato futuro tutto da scrivere.


GUSCIO – parte terza.

La realtà nella realtà.

L’Editore, dopo aver ricevuto il manoscritto dell’Autrice contenente le due storie, scrive ad una studiosa di folklore, tale Aba Bagay, per sapere qualcosa in più sul bizzarro titolo scelto: «Baba Jaga ha fatto l’uovo» che, ai suoi occhi, non c’entra nulla con le storie raccontate.

Chi è questa Baba Jaga? E perché l’uovo? C’entrano le favole russe? Il folklore slavo?

L’Editore cerca un’illuminazione e quello che riceve è un saggio critico: «Baba Jaga per principianti» un ‘piccolo compendio dei temi, dei motivi e dei mitemi legati alla mitologia slava e, naturalmente alla babajagologia’.

Questo ‘guscio’, questa cornice della cornice, tesse centinaia di fili che legano Giappone, Russia, Italia, Sud America e Balcani.

Impossibile non rivedere in Baba Jaga – nella sua definizione folcloristica – la nonnina dei film di Miyazaki, o la bambola della fiaba russa di Vassilissa la Bella – che deve essere sfamata e accudita – la Turrurrulla dei racconti colombiani di Emma Reyes. 

La stessa risposta della studiosa si trasforma in un’invettiva. D’altronde non è Aba Bagay il rivolto e l’anagramma di Baba Yaga?

La «Babajagologia» finale – spesso bistrattata dalle recensioni – è di fatto un libro a parte, molto interessante, e se da un lato spiega analiticamente cose che inconsciamente il lettore ha già capito da solo, dall’altro ci fornisce mille stimoli di approfondimento, portando la consapevolezza del femminile ad un livello superiore.


Certo, direte voi, non ha il ritmo incalzante della seconda parte, che è oggettivamente il cuore del libro. Ma la sua forma saggistica è indissolubilmente legata alla macrofinzione di tutto il romanzo.

C’è la verità romanzata della prima parte – in cui l’Autrice corrisponde a se stessa – c’è la fiaba verità della seconda parte e poi c’è nuovamente un salto nella realtà extra romanzo che è la preoccupazione dell’editore e la ricerca smodata di una spiegazione del romanzo stesso.


La Ugrešić fa qui un triplo carpiato dal trampolino dei 50 metri e casca in piedi, sull’acqua, tenendo in mano l’uovo di Baba Jaga perfettamente intatto.





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