Alëša ‘Goršok’ e la realtà nella fantasia di Tolstoj

Ho ricominciato a leggere Tolstoj quasi per caso.

La mia simpatia per gli scrittori russi e la mia incessante curiosità, unite alle necessità lavorative, hanno creato un’altra fase tolstojana della mia vita, in cui leggere la letteratura russa di fine ‘800 – primi ‘900 mi sembra l’unico modo costruttivo di passare il mio tempo pandemico.

Eccomi dunque a struggermi con Anna Karenina, a dipingere improbabili connessioni tra Guerra e pace e Thackeray, a googlare Astàpovo per perdermi in quelle che devono essere state le ultime immagini per gli occhi di Lev.


Non mi addentrerò nella vita di Tolstoj, chi ne fosse digiuno può trovare di che sfamarsi qui, come tutti gli scrittori si lasciò ispirare dalle storie reali per creare i suoi personaggi, la più potente delle immaginazioni non può prescindere dalla realtà, sia essa raccontata che vissuta. Così leggendo i suoi racconti mi sono imbattuta in Alëša ‘Goršok’ o Alëša ‘Bricco’ (che potete trovare qui: Tutti i racconti, a cura di Igor Sibaldi; traduzione di Serena Prina, Vol. II, Milano: Mondadori, 1991).

Alëša (leggi Aljoša/Alijosha) era realmente esistito, un servitore di cui raccontava spesso la sua vecchia zia, vissuto nella loro tenuta di Jàsnaja Poljàna (tradotto letteralmente ‘Radura serena’), verso la metà degli anni ’60 dell’Ottocento.

Del vero Alëša, lo scrittore prende l’aspetto e il temperamento. Tolstoj nel racconto scrive: «piccolino, magretto, con grandi orecchie a sventola e […] il naso grosso» e la cognata Tat’jana ricorda: «Per quanto mi ricordo, Alëša era un uomo tranquillo, inoffensivo, che obbedire docilmente a tutto ciò che gli veniva comandato».

Ne sviluppa una storia, una fiaba quasi, senza lieto fine, sull’obbedienza, la libertà e i sentimenti.

Il racconto, pubblicato postumo nel 1911 e scritto fra il 24 e il 28 febbraio del 1905, fa parte delle opere della maturità di Tolstoj, per questo si addensa di significati metaforici, al di là della situazione che dipinge.


Alëša è un contadino, da giovane lo avevano soprannominato Bricco, perché nel trasportare un bricco di latte era inciampato e l’aveva rotto in mille pezzi. Non aveva ricevuto educazione, sembrava piuttosto tonto a dire il vero, ma era ubbidiente e leale e per questo motivo il padre lo propose ad un mercante che lavorava in città come tuttofare. La famiglia di questo mercante aveva ospitato suo fratello maggiore, che poi era dovuto partire per la guerra, quindi avevano bisogno di un aiuto in casa e così, nonostante la riluttanza, Alëša fu accolto.

Il giovane venne subissato di lavoro e di richieste, alle quali non disse mai di no. Quanto più faceva tanto più era il lavoro che gli pioveva addosso, e che lui svolgeva sempre con il sorriso. «Tutto si può fare» continuava a ripetere, e tutto faceva.

Un bel giorno Alëša si innamorò della cuoca, Ustin\’ja, e pianificarono di sposarsi. Ma il padrone non volle sentire ragioni, cosa se ne sarebbe fatto di un servo sposato? Non si è mai visto, e non avrebbe lavorato abbastanza, così parlò con suo padre che lo fece desistere dall’idea del matrimonio. Pur piangendo e soffrendo Alëša scelse l’ubbidienza in luogo dei sentimenti. Tutta la sua vita si basava su questo, obbedire e lavorare, fare ciò che era per il meglio.

Qualche tempo dopo, durante un lavoro sul tetto, Alëša cadde e si ferì gravemente. Il dottore disse che non ci sarebbe stato nulla da fare, era una questione di giorni.

Ustin’ja lo accudì fino alla fine, ma lui neanche allora volle venir meno alla promessa fatta al padrone, che non si sarebbe sposato.

«Nel suo cuore c’era la certezza che, come quaggiù si stava bene se si obbediva e non ci si irritava, così anche là si sarebbe stati bene».

Poi morì.


Neanche in punto di morte Alëša rinuncia all’obbedienza. A distanza di 115 anni mi chiedo cos’è questa catena che ci lega ai doveri. Perché rivedo molti Alëša intorno a me, a cui viene chiesta una scelta: rinunciare ai propri sogni e obbedire alle leggi di mercato, al lavoro che manca, al sogno del posto fisso. 

È questo il mondo che stiamo costruendo? Dove lo spettro di perdere il lavoro annulla il nostro libero arbitrio? Dove la crisi economica (e la pandemia) gestisce i nostri sentimenti e i nostri sogni?

Nel 1905 Lev Tolstoj prende in mano la penna e ci scrive: «Non siate ubbidienti, siate liberi».



Lascia un commento