Colleziono chiavi.
Tutto è cominciato quando da piccola ne avevo trovata una arrugginita nel giardino dei cugini. Quel giardino, che ora non esiste più, e dove – come nella via Gluck – ora ci sono solo parcheggi e asfalto. Quel minuscolo giardino incantato è stato il teatro delle mie prime indagini campestri. Il giardino di casa lo conoscevo a memoria, in tutti i suoi anfratti, ogni sua foglia e filo d\’erba, mentre ‘quel giardino’, il “giardino dei cugini” era una sorta di grande parco giochi inesplorato ma familiare. C\’era il vialetto con la ghiaia, l\’albero di fichi, il prato sempre rado circondato dagli eucalipti con le loro foglie profumate e balsamiche, e poi c\’era il labirinto di pitosporo, una siepe scura con fiori bianchi profumatissimi e pieni di vespe. Verso sera, quando gli adulti si sistemavano sotto il pergolato, con le sedie a semicerchio nell\’antichissimo rito del \”filò\”, i temutissimi insetti sparivano, al loro posto le grida dei piccoli pipistrelli, milioni di zanzare e falene. Il popolo notturno invadeva il giardino e io mi sentivo pronta all\’esplorazione notturna, ogni volta cercavo di avanzare sempre più avanti nel labirinto di siepi mascherando la paura, mi rincuoravano le voci degli zii, sempre allegre, sapevo che erano lì, a pochi metri da me e che avrei potuto raggiungere in qualsiasi momento ripercorrendo la strada a ritroso, e poi la ghiaia, i ciottoli arrotondati segnalavano la mia presenza all\’interno del labirinto, se mi fossi messa a correre spaventata qualcuno se ne sarebbe accorto, e allo stesso modo io avrei potuto sentire avvicinarsi qualcuno. Ogni tanto qualche gatto un po’ selvatico schizzava via delle siepi, grandi spaventi, ma niente di più. Così procedevo cauta, quando fra i ciottoli ho visto spuntare un oggetto lavorato. Era una chiave. Ero come la piccola Dorothy nel remake del Mago di Oz degli anni ‘80, avrei potuto finalmente aprire le porte del mio personalissimo mondo parallelo, che da qualche parte doveva esistere, me lo sentivo. La raccolsi e la misi in tasca. Chissà com\’era finita lì. Gli oggetti e la loro storia. Mondi fantastici che già disegnavo nella mia mente. Ora la chiave era nella tasca della mia salopette jeans. Siano maledetti gli anni \’80 e la loro moda. L’ho detto un milione di volte e lo dirò spesso. Trotterellai fuori dal labirinto e ripresi le mie normali faccende serali dagli zii: passare di sedia in sedia a chiedere \”quando andiamo a casa?\”. Finito il giro attesi qualche minuto e poi ricominciai. Che fossi una rompicoglioni lo avevano capito tutti subito. Ma io avevo le mie chiavi. Nulla era più importante delle porte che potevano aprire, e io ne ero certa, quelle chiavi avrebbero aperto qualsiasi porta.
La chiave del labirinto di siepi la tengo sul comodino, accanto ad un\’altra, più nuova ma già un po\’ arrugginita, la chiave della mia vecchia camera.
L\’ho tolta dalla porta prima che vendessimo la casa.
L\’ho messa in tasca – grazie al cielo ero già grande a sufficienza per non essere costretta più ad indossare salopette jeans – l\’ho presa di nascosto da tutti, e l\’ho portata via.
Un pezzo di me, mi sono giustificata.
Forse ho iniziato a raccoglierle da lì. E ora la mia casa ne è piena.
Antiche, moderne, piccole, medie, arrugginite, lucide, storte, monche.
Ognuna di loro apre una porta del mio cuore, che si affaccia sui miei ricordi più cari.